Il conflitto che da fine febbraio coinvolge i territori dell’Iran e una parte delle nazioni limitrofe sta avendo ripercussioni sull’economia globale. Secondo lo scenario prospettato da Cerved, tech company italiana che, grazie a segnali predittivi unici e a un patrimonio esclusivo di dati e analytics, supporta la crescita sostenibile, l’aumento del prezzo dell’energia, le difficoltà nella gestione della supply chain e la possibile chiusura del ciclo espansivo della BCE, sono fattori che potrebbero rallentare la crescita italiana. Inoltre, Cerved Rating Agency stima un aumento (+22%) della probabilità di default delle imprese già nel corso del 2026 se lo shock energetico fosse simile a quello del 2022 (ipotesi ora lontana).
In uno scenario economico già indebolito dall’incertezza dei dazi statunitensi e che paga ancora lo scotto degli scossoni degli ultimi 5 anni, il conflitto mediorientale rappresenta un nuovo fattore di instabilità per le imprese italiane ed europee. Nello scenario attuale le imprese potrebbero subire una contrazione dei fatturati reali, che si porterebbero in area negativa: -0,2% nel 2026 e -0,9% nel 2027. Il risultato complessivo nel biennio 2026-2027 evidenzierebbe quindi un calo: -1,2% rispetto al 2025.
Gli impatti della crisi sui settori
Gli effetti della crisi mediorientale non si ripercuotono in modo uniforme tra i diversi ambiti ma si differenziano a seconda di ambiente produttivo, filiere industriali e comparti dei servizi.
Aumento dei costi energia: a subire le conseguenze più pesanti dei rincari sul gas naturale, petrolio ed energia elettrica sono i settori definiti “energivori”, come l’industria del cemento e dei materiali da costruzione, fonderie, ceramica e vetro. Conseguenze anche per settori petrolio‑dipendenti: raffinazione, chimica di base e delle specialità, plastica e gomma. Aumenti che vanno a intaccare la stabilità dell’agricoltura, filiera energetica e power generation.
Logistica e supply chain: l’oggettiva criticità nell’attraversare lo stretto di Hormuz e la conseguente deviazione del traffico causano ritardi, costi aggiuntivi e difficoltà di approvvigionamento per filiere come i trasporti marittimi, aerei, con ripercussioni sulla logistica nazionale e internazionale. Un altro comparto che risente della complessa situazione nella regione Mediorientale è quello legato ai microchip e componentistica elettronica.
La crisi impatta anche sui servizi legati alla mobilità e al turismo, stretti nella morsa di costi più elevati, instabilità delle rotte e incertezza della domanda globale.
Cerved Rating Agency, approfondimento sul rischio di credito
A seguito dello shock energetico innescato dalla guerra in Ucraina, la probabilità di default (PD) media delle imprese con rating emesso da Cerved Rating Agency arrivò al livello più alto dell’ultimo decennio. L’aumento dei prezzi dell’energia aggravò, infatti, una situazione già complessa per le imprese, provate dai mesi difficili trascorsi durante la pandemia Covid. Oggi, partendo da un livello di probabilità di default medio (attuale) e ipotizzando una situazione di crisi energetica simile a quella di quattro anni fa, la PD potrebbe tradursi in un aumento del 22%, sfiorando i livelli del 2023. Tuttavia, seppur con alcune similitudini, la condizione attuale mostra alcune, sostanziali, differenze. In primis, il contesto macro. Quattro anni fa, lo shock si abbatteva su un’economia con una domanda molto forte e politiche espansive che amplificarono l’inflazione. Attualmente la crescita è più moderata, la domanda più debole e in una fase avanzata del ciclo economico. Le imprese sono più solide: livelli di capitalizzazione più alti e leva finanziaria più contenuta rendono meno impattanti le conseguenze di una impennata dei prezzi e una carenza di approvvigionamento. Maggiore resilienza energetica: dal passato si impara e, in questi anni, molti settori energivori hanno sviluppato strumenti e strategie che consentono di gestire meglio la volatilità dei prezzi. Il quadro di policy è più favorevole rispetto al passato con una politica monetaria più flessibile e il maggiore dinamismo del credito: tuttavia, per le banche centrali resta cruciale la persistenza degli shock e il rischio di effetti di secondo livello su salari e aspettative di inflazione.



















