Nata e cresciuta tra officina e uffici dell’azienda di famiglia, Elena Rondinini non si è fermata davanti ai no e alle resistenze incontrate. “Ciò che conta non è il genere, ma il contributo che ognuno è in grado di offrire”.
Crescere in un’azienda di famiglia è un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, imparando a conoscere ogni aspetto del lavoro, facendo tesoro di ogni esperienza e riconoscendo, senza presunzione, il valore di ogni ruolo. Anche quando, da donna, ci si confronta
con un settore a forte prevalenza maschile, come quello metalmeccanico. Ma quel che potrebbe essere un limite, per alcune professioniste è la molla che fa scattare la forza di scardinare i pregiudizi, facendo la differenza da dentro il sistema. Una di queste si chiama Elena Rondinini e ci racconta il suo percorso, i traguardi e quale è la sua molla.
Chi è Elena Rondinini di ICEM?
Ho 44 anni e ICEM fa parte della mia vita da sempre: mio padre, Gian Carlo, era già socio quando sono nata, e fin da bambina ho respirato l’aria di officina. Nel 1999, con l’uscita dell’ultimo socio esterno, io e mio fratello Gianni ne abbiamo acquisito le quote, affiancando
nostro padre. Oggi io e mio fratello siamo soci al 50% e nostro padre è presidente. Sono entrata a tempo pieno dopo il diploma da perito aziendale e corrispondente in lingue estere, iniziando il mio percorso in officina, per conoscere da vicino le dinamiche produttive.
Quell’esperienza è stata fondamentale per comprendere davvero il cuore operativo della nostra azienda. Successivamente, ho ricoperto diversi ruoli in ambito amministrativo, logistico e commerciale, mentre attualmente mi occupo degli aspetti ambientali, comunicazione, gestione delle risorse umane, sicurezza con il supporto ai responsabili, acquisti più strategici, rapporti con banche e fornitori, organizzazione interna. Non solo in azienda, sono attiva anche nel mondo delle associazioni di categoria. Faccio parte, già dal nostro primo ingresso, del consiglio direttivo del comparto metalmeccanico per la sezione Ravenna di Confartigianato. Ho chiesto di poter entrare perché sentivo la necessità di fare rete, partecipare attivamente al confronto, portare il mio contributo e stimolare un cambiamento positivo. In un settore ancora a prevalenza maschile, credo sia importante dare voce anche alla presenza femminile: spesso siamo poche, ma possiamo fare la differenza. Di recente sono anche stata eletta vicepresidente del gruppo metalmeccanico: una nomina che ho accolto con responsabilità e orgoglio perché credo nel valore del mettersi a disposizione e nel potenziale del lavoro di squadra. Faccio parte anche del gruppo “Confartigianato Donne Impresa Ravenna”, una realtà viva e concreta che promuove formazione, solidarietà e confronto tra imprenditrici. In questo percorso ho trovato ispirazione in figure come quella di Emanuela Bacchilega, oggi presidente provinciale di Confartigianato, che rappresentano al meglio la forza, la determinazione e la visione delle donne.
Ci spiega cosa comporta la nomina a vicepresidente e come funziona il nuovo consiglio direttivo?
Confartigianato accoglie imprese di natura e dimensioni molto diverse, dal manifatturiero ai servizi. Per questo al suo interno si sono costituiti diversi gruppi di lavoro, in modo che le aziende possano confrontarsi anche su temi specifici legati al proprio settore.
Il gruppo Metalmeccanico esiste da tempo, ma io ne faccio parte solo da qualche anno. Gli incontri del comparto sono per me un’occasione preziosa per analizzare dati economici e per allargare lo sguardo oltre il perimetro della singola azienda, ascoltare esperienze
diverse; confrontarsi con altri imprenditori è un modo concreto per migliorare e capire dove sta andando il nostro settore. Con il nuovo consiglio direttivo abbiamo scelto di fissare il primo incontro operativo al termine della pausa estiva, per pianificare le attività e capire quali strumenti o azioni possano davvero essere utili alle nostre aziende. La mia recente nomina a vicepresidente rappresenta per me una responsabilità importante. In un ambiente dove la presenza maschile è ancora predominante, credo che esserci in modo attivo e costruttivo sia già un segnale di cambiamento. È ancora presto per sapere in cosa si tradurrà concretamente questo nuovo ruolo ma, se posso immaginarlo, spero serva a portare un messaggio chiaro: ciò che conta non è il genere, ma il contributo che ognuno è in grado di offrire. Le idee, l’impegno, la determinazione.Non parlo di femminismo, ma di sostanza. Di rispetto per le competenze, di valorizzazione delle persone per ciò che sanno costruire, trasmettere, rappresentare.
Come donna, quali cambiamenti ha visto in 20 anni?
Veniamo da una storia in cui i ruoli di uomini e donne erano nettamente distinti. Entrare in un contesto lavorativo, come quello della metalmeccanica, dove la presenza era esclusivamente maschile e tutti i referenti erano abituati a interfacciarsi solo con uomini, è stato
complesso, ma stimolante. Fin dalle superiori mi immaginavo un giorno a capo dell’azienda di famiglia. Quando ho iniziato a lavorare, il mio obiettivo è sempre stato uno: fare bene, diventare una persona di riferimento per chi mi circonda. Ho affrontato ogni ruolo con impegno, ma le sfide più dure sono arrivate quando sono entrata nel team commerciale. Essere giovane, donna e senza studi tecnici alle spalle bastava per essere ignorata. Alle fiere mi veniva chiesto del “collega” oppure, “semplicemente”non venivo ascoltata. In quei momenti ho provato spesso grande sconforto, ma anche la spinta per reagire. Ho trasformato quella chiusura in un obiettivo nuovo: conquistare la fiducia di chi, inizialmente, non voleva darmi credito. Ho studiato tanto, cercato modi sempre diversi per costruire relazioni solide e, con il tempo, quella fiducia è arrivata, cresciuta ed è rimasta ancora oggi. Non è stato un percorso facile, ma guardandomi indietro, sono profondamente soddisfatta del cammino fatto. Oggi sono mamma di una bambina di nove anni che per me è un’ulteriore
fonte di motivazione. Voglio essere per lei un esempio di possibilità, insegnarle che le difficoltà sono occasioni per evolverci, cambiare ciò che non ci rappresenta e costruire con impegno qualcosa che abbia senso per noi stesse. Credo nell’importanza dell’esempio concreto più che delle parole, e credo nella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Penso che ogni donna possa essere, a modo suo, un riferimento a supporto delle altre. Avere modelli positivi è essenziale per acquisire fiducia, per ispirarsi mentre si costruisce il proprio percorso. Il fatto di aver lavorato in prima persona in tutti i comparti dell’azienda mi permette oggi di affrontare clienti e fornitori con una visione a 360 gradi e con competenze trasversali, creando relazioni fondate sulla fiducia e sulla stima reciproca, spesso — non nascondo la soddisfazione di poterlo affermare — con lo stupore di chi mi ascolta.
Cosa le ha dato e le porta ancora oggi ICEM?
È la mia seconda casa da sempre, il luogo in cui sono cresciuta. Una volta entrata a lavorare in azienda, mi è piaciuto imparare a “sporcarmi le mani”, guidare e montare transpallet affiancando chi ne sapeva più di me. Mi ha aperto le vedute, dandomi gli strumenti per evolvermi. La grande chiave di volta che l’azienda mi ha regalato è stato comprendere che i problemi, in realtà, non sono ostacoli, ma grandi opportunità. Non è uno slogan, è la filosofia che cerco di applicare anche alla mia vita privata. Osservarli da un altro punto di vista toglie la pesantezza delle difficoltà, dando un’ottica diversa. ICEM mi ha insegnato a essere grata, a cogliere il valore anche delle piccole soddisfazioni quotidiane, a scegliere ogni giorno con quale spirito affrontare il lavoro. Quando si aspira al meglio con entusiasmo e sincerità, le persone che vogliono stare bene si riconoscono e si avvicinano. Questo è ciò che voglio essere: una persona che porta benessere, che prova a migliorare l’ambiente e a far star meglio chi le è accanto. Quanto conta l’esperienza diretta? Ho sempre toccato con mano i nostri prodotti: da bambina quando mio padre mi faceva salire sulle sue ginocchia per un giro in officina, quando, una volta entrata in azienda, ho iniziato a montarli, ancora oggi quando li guido per qualche video o foto — anche in abiti da ufficio — per mostrare quanto siano intuitivi e semplici da utilizzare. E quando serve, anche adesso, non mi tiro indietro se c’è da caricare e scaricare un bancale. ICEM negli anni è profondamente cambiata. Fino a 20 anni fa circa producevamo il 90 per cento di transpallet standard, oggi il 95 per cento della produzione è su misura. Questo significa progettare soluzioni uniche, nate dall’ascolto delle esigenze del cliente: richiede grandi competenze e noi siamo pronti a farlo ogni giorno. Abbiamo realizzato transpallet capaci di movimentare fino a 25.000 chili, con forche o pianali lunghi fino a 13 metri e larghi fino a 5, con sollevamenti fino a sei metri per carichi di ogni genere, come ad esempio elicotteri, assali di treni, bobine, siviere di ghisa fusa. Se esiste qualcosa da spostare, noi abbiamo un transpallet specifico per movimentarlo. Questa è la vera forza di ICEM: aiutare le aziende a migliorare la propria logistica grazie a soluzioni costruite intorno alle loro necessità. E ogni volta che un cliente ci sceglie, ci sottopone il suo problema e si affida a noi per la soluzione, sento di aver portato avanti un altro pezzo di storia, personale e aziendale.
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Quest’intervista a Elena Rondinini è disponibile nell’ultimo numero di Muletti Dappertutto!



















