A distanza di un anno, BVA Doxa ha ripetuto l’indagine per Mindwork riportando dati preoccupanti sulla sfera psichica dei dipendenti
Non è immediatamente visibile, come un braccio rotto o qualsiasi problema fisico evidente, ma ricopre la stessa importanza e merita di essere trattata con altrettanta trasparenza: la salute mentale è ancora un tabù in tanti contesti sociali e spesso come argomento viene evitato per paura di essere discriminati o incompresi. Il benessere psicologico è influenzato da tutte le sfere della vita ed è strettamente correlato a quella lavorativa, che ricopre gran parte della giornata di una persona, in cui però sempre più frequentemente si trasforma in malessere.
Uno studio condotto da BVA Doxa – azienda specializzata in ricerche di mercato e di opinione pubblica in Italia – per Mindwork – servizio di consulenza psicologica – ha infatti messo in luce il rapporto tra questi due elementi e le conseguenze, riportando un aggravamento delle condizioni psichiche dei lavoratori italiani rispetto al 2020, anno in cui è stata effettuata un’indagine analoga dalla stessa organizzazione.
Il report e il confronto con l’anno precedente
La ricerca è stata condotta a settembre 2021, attraverso interviste online con questionari strutturati, con l’obiettivo di: inquadrare lo stato di salute mentale dei dipendenti, verificare bisogni, aspettative e desideri degli stessi; analizzare soluzioni e strategie che le aziende stanno mettendo in atto per prevenire ulteriori peggioramenti.
Quasi l’85 per cento delle persone coinvolte nell’indagine percepisce una stretta correlazione tra il benessere psicologico e quello lavorativo, il 49 per cento ha dichiarato di soffrire di frequenti disturbi di ansia e insonnia a causa della propria carriera: prima dell’emergenza sanitaria il dato era al 35 per cento, indicando la diffusione del fenomeno a prescindere dal Covid 19, ma comunque fortemente influenzato da esso.
Con la pandemia è infatti aumentata – quasi raddoppiata, arrivando all’80 per cento -, la quota di dipendenti che presenta almeno uno dei principali sintomi
del burn-out – condizione di sfinimento con conseguente calo di rendimento e dissociamento mentale rispetto al lavoro – con un numero medio di markers dichiarati di 2.7 su 4.
La difficoltà a definire in maniera netta i confini tra vita privata e lavoro è un’altra problematica molto frequente e in aumento: nel 2021, per il 51 per cento degli intervistati le responsabilità della carriera interferiscono con la sfera familiare; rispetto all’anno precedente il dato è aumentato di sette punti percentuali.
Rimane invece invariata la quota delle persone – 40 per cento – che riferisce di non sentirsi libera di parlare apertamente del proprio malessere emotivo sul luogo di lavoro, fetta in cui è presente anche chi dichiara di non riscontrare invece nessun problema nella condivisione del proprio stato emotivo a casa. Tra le conseguenze del disagio psicologico sono emerse: assenteismo dall’attività lavorativa dovuto da eccessivi carichi di stress e ansia – una persona su tre -; propensione a lasciare il posto di lavoro a causa di malesseri ad esso correlati; dimissioni per preservare la propria salute mentale – il 49 per cento under 34, cinque punti in aumento rispetto al 2020 -.
Opinioni e aspettative dei dipendenti
L’indagine ha considerato anche come, secondo i lavoratori, le aziende possono migliorare la gestione del problema. Il 42 per cento del campione valuta infatti inefficaci le iniziative promosse dalla propria azienda per aumentare il benessere psicologico e ridurre lo stress, 15 punti percentuali in più in confronto all’anno precedente.
Quasi la totalità degli intervistati – il 92 per cento – reputa di fondamentale importanza che le imprese si occupino attivamente della salute mentale dei dipendenti e in caso di ricerca di una nuova posizione lavorativa, il 73 per cento dichiara di preferire un’azienda attenta a questo aspetto; il 60 per cento delle persone valuta infatti positivamente la presenza di un servizio di supporto psicologico all’interno dell’attività e ritiene necessario renderlo permanente anche post post-pandemia.
Un altro elemento influente sull’argomento è lo smart-working, diffusosi ampiamente appunto durante l’emergenza sanitaria, quasi il 40 per cento si dice preoccupato del rientro a tempo pieno in ufficio e il 20 per cento cambierebbe il lavoro se costretto a riprendere la routine pre-Covid 19. Tra i motivi: la gestione del tempo, vissuti di stress e coordinazione con la vita familiare, che portano a un 62 per cento dei dipendenti che dichiarano la preferenza di avere un supporto psicologico specifico per il rientro in azienda, otto punti percentuali in aumento rispetto al 2020.
Nel prossimo numero di Muletti Dappertutto, l’approfondimento sarà dedicato alla controparte: gli imprenditori. Con l’aiuto di una professionista, verranno elencati quali sono i principali problemi a livello psicologico per questa categoria e quali le possibili soluzioni.



















