La Consulta e i referendum: quale destino per i voucher?


In aumento del 36%, oltre 132 milioni attivati nel 2016 e 13% di quota INPS pari a 2,50 euro. Tante le perplessità in caso di abolizione dei voucher, che potrebbe creare un grosso buco contributivo e non solo

La Corte Costituzionale si è recentemente pronunciata su tre requisiti referendari proposti dalla CGIL: il primo riguardava la reintegrazione ed estensione dell’art 18 della L.300/1970 c.d. statuto dei lavoratori; il secondo relativo all’abrogazione dell’articolo 29 DLGS.276/2003 in tema di solidarietà tra appaltatore ed appaltante; il terzo relativo ai voucher, con il quale si chiedeva l’abrogazione delle disposizioni in tema di lavoro accessorio cosi come recentemente riformate dagli articoli 48, 49, 50 DLGS.81/2015. Si trattava di tre requisiti che se ritenuti ammissibili avrebbero potuto affossare la recente riforma del mercato del lavoro operato dai c.d. decreti del Jobs Act.
La Corte Costituzionale ha considerato non ammissibile il quesito referendario relativo all’articolo 18 L.300/1970, perché si è ritenuto non fosse di tipo abrogativo ma di tipo propositivo. Infatti la richiesta referendaria non solo prevedeva l’abolizione di quanto previsto dal DLGS. 23/2015 (recante disposizioni in materia di lavoro a tempo indeterminato a tutela crescente) che prevedeva in caso di licenziamento ingiustificato, con il crescere dell’anzianità di servizio, il pagamento di un’indennità che variava da 4 a 24 mensilità, ma anche l’estensione della reintegra del posto di lavoro in caso di licenziamenti illegittimi dalle aziende con più di 15 dipendenti alle aziende a partire dai 5 dipendenti. Si trattava dunque di una proposta che avrebbe snaturato lo spirito della riforma colpendone il suo principale attore: il contratto a tutela crescente.
Si ricorda infatti che il fine della riforma del Jobs Act era non solo il perseguimento del collocamento a tempo indeterminato come principale figura di rapporto di lavoro, ma anche quello di incentivare una nuova stagione di assunzioni caratterizzata dalla consapevolezza per le aziende di poter effettuare, in tema di politica occupazionale, scelte libere nel perseguimento degli obiettivi aziendali, in quanto i costituenti rapporti di lavoro vedevano i relativi costi e tutele crescere con l’anzianità di servizio.
Non volendo in questa sede entrare nel merito della scelta della Consulta di ritenere ammissibile il quesito referendario in tema di solidarietà tra appaltante ed appaltatore, si considera sicuramente meno illuminata la decisione della Corte stessa di ritenere altresì ammissibile il quesito relativo all’abrogazione dei voucher. L’astratta considerazione da parte dei sindacati circa l’inadeguatezza dei voucher come strumento di regolamentazione dei rapporti di lavoro in tema di equità sociale, stride con la realtà dei fatti. Il fenomeno del lavoro accessorio disciplinato dai voucher proprio perché esasperatamente abusato nella sua originaria previsione operata dal DLGS 276/2003, era stato fatto già oggetto di una profonda rivisitazione da parte del legislatore e dalle circolari attuative del ministero del Lavoro nel corso di questi ultimi anni (L. 92/2012; DLGS 81/2015 e 185/2016). Ne è derivato un impianto normativo dove eliminati i vincoli agli ambiti del lavoro accessorio, sola eccezione gli appalti pubblici, il fenomeno dei voucher è fortemente soggetto a controlli per quanto riguarda la sua costituzione, durata e limiti economici sia per committente che per prestatore. Questo perché da in lato si è voluto porre freno agli esasperati abusi del passato e dall’altro ci si è resi conto della naturale flessibilità di questo strumento come alternativa seppur non dichiarata ai maggiori costi conseguenti un’assunzione a tempo indeterminato. In questa direzione si riscontra da un lato l’aumento del 36% dei voucher attivati nel 2016 rispetto al 2015, oltre 132 milioni di voucher complessivi, dall’altro, le perplessità provenienti dallo stesso INPS che in caso di abolizione di detta figura vedrebbe aprirsi un grosso buco contributivo (13% quota INPS di 2,50 euro per 132 milioni di voucher).
Il referendum, laddove non dovesse cadere il governo, dovrebbe svolgersi la prossima primavera, con il rischio, in caso di abolizione, di un vuoto normativo che se non colmato in tempi brevi potrebbe comportare una stagnazione a livello occupazionale. Il governo ha già reso noto che per evitare il referendum cercherà di proporre misure restrittive che sostanzialmente si articolano nei seguenti punti: vietare i voucher nell’edilizia; vietarli nella pubblica amministrazione; vietarli come pagamento per i propri dipendenti; ridurre da un anno a sei mesi la validità del voucher una volta acquistato; abbassare i tetti di reddito attualmente previsti. Proposte queste giudicate pericolose dal mondo economico ed imprenditoriale in quanto si ritiene, da un lato, necessario impedire il referendum su detto quesito, ma dall’altro si anche che le riforme da operare non dovrebbero snaturarne i contenuti.

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